Set Your Spirit Freak!

Etichetta: Abandon Building Records (Usa, 2012)

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Recensioni:

Rockit

Libera l’anima, ascoltati per pochi istanti, trova la giusta stabilità, rilassati la giornata sta finendo, tutto o quasi è passato. Un album come questo di K-Conjog è assimilabile a quella schiera di dischi taumaturgici, che più o meno tutti dovremmoa avere nella nostra collezione. C’è sempre una serie di album che usiamo a seconda del’umore di cui necessitiamo e che, se usati al momento giusto, sembrano portare su di noi effetti benefici. Bene, questo “Set Your Spirit Freak” di questo napoletano ha la capacità potenziale di ripulire la vostra mente dai cattivi pensieri, attraverso i suoi mantra fatti di voci pure e fanciullesche, le parti di piano penetranti e delicate, i drone elettronici ripetitivi senza mai diventare nervosi.

Questo disco porta con sé un candore assoluto, tramutato in musica attraverso tempi trip hop privi del cupo mood del genere in questione, sostituito da un sound lieve, quasi sussurrato, privo di aggressività, ma non di rabbia, magari nacosta, latente, rimasta celata sotto la quantità di note dolci e semplici che compongono questo lavoro. Un disco d’ambiente, in cui l’elettronica si fonde con l’anima soul (“Qwerty”), in cui le chitarre si intersecano con ritmi glitchati. In generale un lavoro che tocca le sfumature più varie, pur partendo e tenendo centrale il tema malinconico che tiene legato tutto l’album. La spiritualità come necessità assoluta, la ricerca continua del riportare tale essenza in musica

“Thinking about Robin” è puro flusso di idee, intreccio dei sensi che raggiunge vette emotive ed un’epicità raramente riscontrabili in altri progetti. Nella successiva “Jabberwock”, un ritmo jazzato dà il via a un brano che vive di cambi d’umore, su un tempo sempre uguale, in cui varia la capacità emozionale. Questo lavoro è certamente tra le cose più interessanti dell’ultimo periodo. Un disco in cui si riesce a fondere attitudine per il nuovo e amore per il passato, in maniera precisa e non scontata, senza scadere nel solito “disco che vuol somigliare a”.

C’è in K-Conjog una forte dose di personalità, tale da portarlo a creare un qualcosa di unico, mai banale, sempre attento a ciò che è stato ed a quello che sarà. Mettetelo in cuffia e lasciatevi cullare dalle tenere lullabies che questi ragazzi hanno messo insieme per voi, siate sereni, lasciaitevi andare, provate a non pensare a niente, la testa si fa più leggera, le orecchie fanno meno male.

 

Sentireascoltare

Lo confesso: ho ascoltato il disco di Fabrizio Somma con attenzione solo dopo averlo visto sul sampler di Wire, compilation che da molti è considerata il traguardo di una carriera. Che cos’ha di speciale questo SYSF? Probabilmente piace agli inglesi perché è un disco di folktronica che si rifà alla stagione d’oro dei vari Tunng, DNTEL, Múm, forse perché queste sonorità le senti di nuovo in mixtape e nuove leve, o magari perché su questi campioni e glitch early-noughties (Qwerty) si sviluppa un flusso sonico che eccelle per compattezza d’arrangiamenti e di produzione.

Gli ingredienti usati sono lo standard del sottobosco Björk-iano (campanellini, triangoli e field recordings che puntano a frequenze alte) insieme a tappetini pianistico-orchestrali (Nobody Knows) e chincaglierie cinesi (Uno Is Walking), riuscendo a cucire una tessitura che andrebbe bene sia come “indie-glitch-IDM” che come colonna sonora di film wesandersoniani non ancora realizzati. In più ci sono anche i suoni live (gli uccelli che ricordano Sud di Risset nella prima traccia It Is Possible To Set Our Spirit Freak) e l’inevitabile richiamo al primo Aphex Twin (Untitled 155) o all’ambientronica dei Boards Of Canada (Thinking About Robin, Mono No Aware).

L’exploit dell’artista si smarca dal pout-pourri del precedente album su Snowdonia – che viaggiava anche su coordinate estranee all’IDM (come blues, country o mambo) – ritrovando il vecchio amore degli esordi per forme e mood che potrebbe essere ricollegate anche alle proposte cameristiche dei The Album Leaf o a un classicheggiante Nico Muhly. Bravo Fabrizio.

 

Ondarock

Dopo aver detonato la sua fantasia in alcune canzoni di “Il nuovo è al passo coi tempi“, e aver assestato i suoi colpi in numeri rilassati nel mini interlocutorio di “Le storie che invento non le so raccontare“, Fabrizio “K-Conjog” Somma conferma brillantemente la strada poetico-meditativa nel secondo “Set Your Spirit Freak”, con un uso al contempo disinvolto e megalomane di suoni naturali e archetipi della musica da camera.

“It Is Possible To Set Our Spirit Freak?”, preludio arcadico di pienezza armonica, visione pastorale sopra un chiasso di volatili e insetti, imposta lo spirito dell’opera, che – a dispetto del titolo – non ha davvero nulla di freak, anzi una dimensione trascendente si mescola all’immanente, l’universale scende alla dimensione spicciola dell’esistenza.

“Nobody Knows”, aggiornamento degli Enigma, tessuto cangiante di contrappunto occidentale e raga orientale, scandito dal pesante passo r’n’b, fa da contraltare a una “Qwerty” che importa il pianismo di Michael Nyman tra voci gospel, palpiti di archi elettronici e un inferno di congegni in loop, e a una “Thinking About Robin” con sottofondo di giochi di eco, fuga minimalista per piano, giocattoli, elettronica, violoncello e voci fantasma alla Enya; la pulsazione sincopata quasi-funk che interviene dona – per assurdo – nuovo colore celestiale alla sarabanda. “Meanings” si libra in lente variazioni di solo piano, con un pattern per chitarra e glockenspiel che accoglie ottoni hollywoodiani, e un ultimo loop inceppato.
“Jabberwock” è il contrario: da subito marca connotati ritmici, quasi un remix big-beat di un preludio di Claude Debussy, ma quasi guasta la magia delle altre pièce.

I due brani maggiori arrivano alla fine. “Uno Is Walking” attacca come una vera sonata da camera, tutta sospensioni e inceppamenti, ogni tanto memore della sua melanconia (simbolizzata dalla pioggia scrosciante), fino a che il ritmo rileva la tensione, in un trionfo memore dei gentili cromatismi del David Lanz di “Cristofori’s Dream” e del flusso magico del Mike Oldfield di “Tubular Bells”. Allo stesso modo l’inizio afro di “Lake Minor” diventa via via sempre più scandito e imponente (sinfonico), arricchendosi di sottili dissonanze techno-industrial, tastiere epiche, canti folk, pizzicati cinesi.

Profetizzato dal singolo di dieci minuti “Mono No Aware” (incluso nell’albo), il nuovo corso di Somma è un poema dettato da tre direttrici. Anzitutto l’illusionismo di sorgenti, naturali e artificiali, ottimamente diluite. La mimesi, in cui le partiture sono fatte precipitare per chimiche contrapposte, devianti. E il massimalismo: il suo modo principe di donare vigore alle emozioni in filigrana. Qualche tecnica suona datata, specie le basi ritmiche, innamorata di revival. Il resto (inclusa l’indovinata produzione di Somma stesso) toglie il respiro.

 

A Closer Listen

Please ignore the connotations of the title and the moniker.  This is neither a hip-hop album nor a collection of club anthems, but a melodic blend of post-rock and modern composition, and one of the year’s undiscovered gems.  Abandon Building Records is known for quietly signing some blinders, and last surprised us with Origamibiro, who recently followed up last year’s Shakkei with a remix disc, including (you guessed it) K-Conjog.  But this is Fabrizio Somma’s year, and Set Your Spirit Freak! may come across as a gift to those who were less than pleased with the latest Sigur Rós album.  This one has drums in addition to the glockenspiels and orchestras, and it exudes a quiet humour.  There’s lots of samples (the album is bold enough to begin with birds) and lovely piano twinkles that sound like the broken edges of cardboard stars.

K-Conjog is apparently a patient man, and his approach to songwriting brings to mind the work of Diamond Gloss, another artist fond of glockenspiels and extended cuts.  This patience allows songs to unfold as suites, never more effective than on the serene “Mono No Aware”, which progresses from a keyboard piece to an electronic beatscape to an orchestral heart-tugger over the course of ten lulling minutes.  In similar fashion, “Thinking About Robin” introduces a swaggering beat at its midpoint, long after the strings have subsided and the siren has finished her song.  When many of these elements reemerge, they do so in an amplified manner befitting their stature.

A lightness of tone is reflected in the acoustic strumming, the children’s squeals, the “oo’s” and the seamless transitions both between and within songs.  The artist wants the album to flow, and makes sure that it does by rubbing down the rough edges until they are smooth to the touch.  This sanding down makes  Set Your Spirit Freak! easy to approach, a friendly beast in a smooth white helmet, cooing and beeping his way into a stranger’s heart.  Listeners may not exactly freak, but they will likely be caught off guard by the intelligent beauty of this unassuming release.  (Richard Allen)

 

Pennyblackmusic

By not freaking out, and moreover by letting those spirits to run freely, K-Conjog pulls off a set of very fine kammerspiel electronica tracks. Field and home computer recordings combined, these provide the ground layer, whilst serving as the icing on the cake on an album of intrinsic beauty. With hesitance changing from folktronica into something brand new, K-Conjog conjures up something as unlikely as twisted yodelling to accompany the beats of ‘Nobody Knows’. White elephant, no sorry, wait. Elegant piano playing, which at times sounds as if Erik Satie tiptoes through your mind, settles upon an even sound. The gentle melody lines and the tender touches on the keyboard get caught up in the little tornado that the track ‘Mono No Aware’ is, indeed with virtually, or actually no stereo sounds at all, and I wouldn’t have noticed the mono recording, had it not been the title to this 10 minute (!) track.

The Melodium-like tranquility at the start on ‘QWERTY’, gradually paves the way for a minute of belting loudness towards the end. ‘La petite mort des guitarres’ the beloved French composer might call it. Almost in honour of Murcof’s Versailles’ session comes ‘Uno Is Walking’ like an abundant and majestic tapestry of sound.

Perhaps my favourite year 2012 track is ‘Lake Minor’. This true blast of afrotronica achieves a magnificent blend of Congolese slum percussion and electronica. The scrapyard rhythms slowly synchronize with the computer beats, resulting (as) thus (such?) in the finest sound of evolution recorded in the year 2012.

This track alone, certainly in an abridged version, shall freak you out, and afterwards let the forces and spirits of, say, Black Dice be with you to help you. K-Conjog defies the usual rank and file perspective on music.